Sul film “Il bambino con il pigiama a righe”

Pubblicato: 3 marzo 2010 in News

Ecco una interessante riflessione stesa da un alunno dopo la visione del film “Il bambino con il pigiama a righe”, in occasione della Giornata della Memoria, il 27 gennaio 2010.

Buona lettura!

Il film racconta di una grande amicizia fra Bruno, un bambino tedesco figlio di un alto ufficiale dell’esercito nazista, e Shmuel, un bambino ebreo rinchiuso nel campo di concentramento diretto proprio dal padre di Bruno. Il ragazzino e la sua famiglia si trasferiscono da Berlino in un’area desolata, dove sorge il campo di concentramento.
Bruno, spinto dalla noia e dalla curiosità, ignorando le continue proibizioni della mamma, comincia ad esplorare il nuovo ambiente e si spinge fino alla “fattoria” che aveva intravisto dalla sua camera. Al di là del filo spinato conosce Shmuel  (il bambino con il pigiama a righe). L’amicizia con Shmuel gli apre gli occhi, in parte, su ciò che lo circonda. Bruno pagherà cara la sua curiosità.
Di solito quando vedo un film, lo racconto a tutti; questa volta sono uscito in silenzio, ponendomi molti “perché”.
In primo luogo ho notato che il comportamento dei personaggi adulti del film, riguardo all’argomento guerra e alla questione ebraica, non è lo stesso.
La nonna di Bruno aveva capito che cosa succedeva, che cosa il figlio sarebbe andato a fare in “campagna” ed era fermamente contraria. Non aveva paura di manifestare le sue idee, correndo anche il rischio di essere denunciata e poi perseguitata.
La mamma di Bruno, inizialmente accecata dalla posizione sociale del marito, dalla bella casa e dai soldi, non si era mai posta delle domande: in che cosa consisteva il nuovo lavoro del marito? Perché il marito doveva sorvegliare degli esseri umani rinchiusi dietro un filo spinato? Come erano trattate queste persone?
In cuor suo le risposte le aveva tutte, solo che, per me, non voleva aprire gli occhi. L’unica cosa che aveva chiesto al marito era che la loro casa fosse lontana dal campo, così da non dover sentire, vedere, né tanto meno dare spiegazioni ai figli.
Il padre di Bruno giustificava le sue nefandezze con la scusa che era un soldato e doveva obbedire agli ordini dei suoi superiori.
Di qui la mia riflessione: dobbiamo tutti avere il coraggio di vedere, di sentire, di renderci conto della realtà e di esprimere le nostre opinioni anche a costo di essere presi in giro. Non si deve mai prendere per buono un comportamento sbagliato solo perché fa comodo. Proprio per questo motivo, penso, i nazisti mostravano al mondo dei film in cui i campi di concentramento apparivano come “centri benessere”. Chi li vedeva si sarebbe messo l’animo in pace, facendo finta che comunque in quei campi gli ebrei stavano bene.
Mi è piaciuta una frase che ha detto Bruno: “Prima o poi tutti andranno d’accordo”, come se la guerra fosse un litigio fra bambini che si risolve dopo due giorni con una stratta di mano.
Ho notato un’altra cosa. Alla fine del film, le due guardie che portano Bruno e Shmuel nella camera a gas, sotto a una divisa nera portavano il “pigiama a righe”. Perché? Ho dovuto chiederlo. Mi hanno spiegato che quelle due guardie si chiamavano “kapò”, erano detenuti loro stessi (assassini, delinquenti comuni, ecc.), però di razza “ariana” (non avevano nessun parente ebreo): questo dava loro il diritto di non essere uccisi nelle camere a gas, di avere qualche tozzo di pane in più e fare il più delle volte agli ebrei quello che i nazisti facevano a loro.
Ho capito, vedendo questo film, che la gente rende difficili certe cose che in realtà dovrebbero essere scontate: le diversità si possono superare (a Bruno, per esempio, per essere come Shmuel basta indossare un pigiama a righe); ognuno ha il diritto di professare la propria fede senza essere perseguitato; tutti devono esprimere un’opinione senza essere zittiti.
Quando si perde una persona cara, dopo un po’ di tempo non ci si ricorda più il viso o la voce; basta però aprire un album di fotografie o di vedere un vecchio filmino e i ricordi ritornano. Per questo celebriamo il Giorno della Memoria, perché dobbiamo ricordare, conoscere e tramandare.
Perché in un futuro certe atrocità non debbano più ripetersi.

Nicolò

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